Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.

La spirale della violenza domestica.

8 commenti

Dal 2000 ad oggi più di 1100 donne sono state uccise dal proprio partner. Sembra il dato di una guerra e forse lo è. Una guerra tra generi, tra uomini e donne, tra carnefici e vittime. Una guerra nascosta tra le mura domestiche, ritenuta quasi “privata”. Una guerra dimenticata.

La violenza domestica, spesso, si manifesta in modo subdolo. Non sempre si tratta di violenza fisica o almeno, non sempre nasce direttamente come tale, bensì sorge come violenza psicologica, difficile da riconoscere in principio. Una volta entrata nella cosiddetta spirale della violenza, tuttavia, è difficile per la donna uscirne. Ci vuole coraggio, ci vuole determinazione. Ci vuole quella cognizione di sé, quella sicurezza che il maltrattatore tenta in tutti i modi far venire meno in modo da avere il controllo totale, fisico e, ancor prima, psicologico, sulla sua vittima.

Ma vediamo come si articola questa spirale della violenza.

1. Intimidazione: l’uomo fa di tutto perché la partner viva in uno stato costante di paura. Minaccia di lasciarla, di andarsene se lei non lo ascolta, se non si sottomette. Se non ubbidisce. Spesso questa prima fase passa in sordina, confusa con quella che la nostra cultura ci indica come gelosia, partendo da espressioni comunissime, una per tutte: “Se fai questo (i.e. esci con le amiche, ti comporti in un certo modo, etc.) vuol dire che non mi ami”.

2. Isolamento: a seguito delle continue richieste e lamentele del compagno, la donna è spinta a isolarsi dal resto del mondo: si allontana dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro. In questo modo risulta ancora più in balia dell’uomo, sola se non fosse per lui. In questo modo il maltrattatore acquista maggiore controllo e potere.

3. Svalorizzazione: l’apice della violenza psicologica. I comportamenti dell’uomo sono volti a far nascere nella compagna insicurezza, senso di inadeguatezza e incapacità, che presto portano a una significativa perdita dell’autostima. La vittima, ormai sempre più succube, tende a giustificare quanto le accade.

4. Segregazione: non solo l’uomo allontana la donna da quelli che erano i suoi precedenti contatti (come accade nella fase dell’isolamento), ma la priva anche dei contatti casuali (i commercianti, il medico di base, i vicini di casa), quelli che la portano fuori di casa nella vita di tutti i giorni.

5 e 6. Violenza fisica e violenza sessuale: alla violenza psicologica segue e/o si accompagna la violenza fisica che spesso sfocia nella violenza sessuale e questo accade, si badi, anche nel caso in cui la donna si sente obbligata ad avere rapporti sessuali pur non opponendo evidente resistenza (ad esempio dopo essere stata picchiata).

7. False riappacificazioni: a momenti di violenza si alternano momenti di pentimento. E sono proprio questi momenti, in cui il partner sembra tornare quello di cui si è innamorata tempo prima, a spingere la donna a perdonare, a giustificare, a sperare in un cambiamento perenne. Un cambiamento che non arriva mai.

8. Ricatto sui figli: se le minacce e i maltrattamenti sono quotidiani o tali comunque da scatenare la paura della donna, allora giunge la ribellione. A questo punto l’uomo fa leva sui figli: minaccia di toglierli alla partner qualora non torni ad essere remissiva. A sopportare in silenzio.

Troppe donne sono vittime, a tutt’oggi, della violenza domestica. Una violenza nascosta, si diceva all’inizio, ma non per questo meno pericolosa. Semmai il contrario. E’ la paura a farci dimenticare che esiste. La vergogna. E’ più comodo fare finta di niente, girarsi dall’altra parte, alzare il volume della tv se sentiamo le urla delle nostre vicine di casa al di là del muro del salotto. Per non sentire.

Per fingere che sia solo un’altra leggenda metropolitana.

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8 thoughts on “La spirale della violenza domestica.

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  2. il rischio è che la vicina maltrattata ti dica lei stessa di farti gli affari tuoi, perchè c’è spesso una sorta di complicità, accettazione per non saper fare altro o plagio psicologico.
    Sindrome del prigioniero, se non sbaglio.
    Meglio sarebbe intervenire sulle nuove generazioni, i vecchi ormai non si cambiano più.
    Un giorno ho ascoltato ad una cena di quelle natalizie, al tavolo vicino a noi, un uomo, facente parte di una famiglia molto cristiana (a modo loro), che diceva che sarebbe felice se le sue figlie sposassero un uomo che maltratta loro e i loro figli, come è accaduto a lui con sua madre, con atteggiamento molto cristiano. Solo una persona ha osato dire di non essere d’accordo, la gran parte hanno evitato di esporsi, anche se sicuramente quest’uomo non è un violento.
    Oggi leggevo invece su famiglia cristiana che la chiesa non dice per niente ciò, la donna che viene picchiata può sicuramente lasciare il marito ed andarsene con i figli.

    • Mi trovi d’accordo. Molte donne maltrattate, infatti, non denunciano il marito/compagno. Nemmeno se finiscono all’ospedale. Non vogliono separarsi, non vogliono che altri intervengano.
      Cercano aiuto solo quando la paura diventa tale da far capire loro che la loro vita e/o quella dei figli è in pericolo, magari dopo una lite particolarmente violenta. Se però le violenze vanno avanti da anni è comunque raro che, nonostante il colloquio con un centro di ascolto, si decidano a denunciare/ad andarsene, soprattutto se i figli ormai sono grandi e si sono fatti una propria vita.
      Quindi è perfettamente possibile che, di fronte all'”accusa” di una vicina, queste rispondano di farsi gli affari propri.
      Nonostante questo, tuttavia, a mio parere bisognerebbe comunque fare qualcosa. Se non denunciare (cosa comunque da fare, insieme a quella, ancora più immediata, di chiamare i carabinieri nel bel mezzo di una lite particolarmente furibonda) comunque rivolgersi a un centro antiviolenza.
      L’omertà è una delle maggiori responsabili della violenza di genere, purtroppo. E non esistono differenze geografiche rispetto a questo tipo di omertà: non si denuncia al Sud così come non si denuncia al Nord.

      Tutto questo, stante che bisognerebbe, come dici tu stesso, intervenire con una forte opera di sensibilizzazione ed educazione.

  3. come dire: i ricatti tipo “se fai questo non mi ami” li usate più voi donne… e la cosa è storica tipo “preferisci andare a giocare a calcetto con gli amici anzi che stare con me” (una volta ogni 500 anni che si gioca), tanto per citarne una…
    Comunque sia ci sono sia uomini che donne che trattano di merda il/la compagno/a… quindi non facciamo id tutta l’erba un fascio proprio perchè, come dici tu, non è il caso di fingere che sia una leggenda metropolitana che ci sono anche donne che piegano così gli uomini.
    E ne conosco pure di gente così purtroppo.

  4. Ma veramente…
    non mi pare di aver parlato di semplici “ricatti morali” o di “trattare di merda” o di “piegare i propri compagni”.
    Mi sembra che dal post emerga perfettamente il concetto di SPIRALE DELLA VIOLENZA DOMESTICA. Quelle che tu hai citato sono solo delle fasi che, per rientrare nel concetto di “spirale della violenza domestica”, devono poi sfociare in altri comportamenti ben peggior del “se mi ami non fai questo altrimenti non ti parlo più/ti lascio/…”.
    Questo è semplice ricatto morale e non sempre è sintomo di violenza. A volte si tratta di mero egoismo, ma se introdotto in una spirale come quella de qua può portare a gravissime conseguenze.
    All’interno di una spirale violenta tu non puoi rispondere “Io a calcetto ci vado lo stesso”; “Io con i miei amici ci esco comunque”. E non puoi perché vieni ridotto in uno stato tale di sfiducia in te stesso che non ne hai nè la forza nè il coraggio. Perché può andarti bene la prima volta, ma alla seconda ti prendi un ceffone o peggio.
    Di fronte a un semplice ricatto morale, invece, puoi tranquillamente troncare lì la storia. O puoi parlarne, ragionare insieme.
    Dopotutto… sfido chiunque a trovarmi una coppia in cui non ci sia stato almeno una volta un semplicissimo ricatto morale anche implicito. A volte si litiga. Altre volte si scende a compromessi. Il più delle volte ci si rende conto da soli che si sta limitando la libertà del proprio partner e tutto si risolve. Non sempre il ricatto morale è sintomo di cattiveria e tutti, chi più chi meno, siamo un po’ gelosi. La frasetta infelice spesso scappa, non siamo dei santi.
    Inutile rispecificare che all’interno di una situazione di violenza domestica vera e propria non funziona così.

    Anche le donne ricorrono al ricatto morale? Ma certo! S’è per quello ci sono anche donne che esercitano violenza (non solo psicologica, ma anche fisica) sui loro compagni/mariti. Non l’ho escluso direi. Leggi da qualche parte, sul mio blog, che le donne sono delle sante e hanno sempre ragione? No.
    No perché sono la prima a non crederlo assolutamente. Mi danno fastidio le femministe accanite almeno quanto mi danno fastidio i maschilisti.

    E no, non ho fatto di tutta l’erba un fascio. Ho parlato della violenza domestica nei confronti delle donne. L’ho specificato.
    Non conosco il fenomeno della violenza domestica contro gli uomini abbastanza bene da scriverci un articolo. Chissà, magari un giorno mi documenterò a riguardo.
    Per ora parlo di quel che conosco.

    Buona giornata.

  5. Pingback: Violenza domestica: chi è il maltrattatore? « Appunti di diritto (in)civile.

  6. Pingback: “Se questi sono gli uomini”, Riccardo Iacona racconta il femminicidio

  7. continuate a parlerne, non se ne parla mai abbastanza

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