Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.

The Great Catsby

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È una di quelle volte in cui non so se ridere o piangere…

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Boris, Il Film – Trailer.

GENIO! CA-PO-LA-VO-RO! Insomma, poche storie: ci troviamo sicuramente di fronte al Roberto Saviano dei film comici tratti da serie tv.


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C’è uomo di stato e Uomo di Stato.


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Il velo dipinto (A la claire fontaine).

A la claire fontaine
M’en allant promener
J’ai trouvé l’eau si belle
Que je m’y suis baigné.

Il y a longtemps que je t’aime,
Jamais je ne t’oublierai.

Sous les feuilles d’un chêne,
Je me suis fait sécher.
Sur la plus haute branche,
Le rossignol chantait.

Il y a longtemps que je t’aime,
Jamais je ne t’oublierai.

Chante, rossignol, chante,
Toi qui a le coeur gai.
Tu as le cœur à rire…
Moi je l’ai à pleurer.

Il y a longtemps que je t’aime,
Jamais je ne t’oublierai.

J’ai perdu mon amie
Sans l’avoir mérité,
Pour un bouquet de roses
Que je lui refusai…

Il y a longtemps que je t’aime,
Jamais je ne t’oublierai.

Je voudrais que la rose
Fût encore à planter,
Et que ma douce amie
Fût encore à m’aimer…

Il y a longtemps que je t’aime,
Jamais je ne t’oublierai.

 


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La moglie del poeta.

Non sono solita riportare sul mio blog testi di canzoni. Soprattutto su questo blog, che dovrebbe essere “serio”, parlare di diritto, attualità, cultura.

Epperò. Oggi mi sono finalmente decisa ad ascoltare per intero l’ultimo album di Max Gazzè, Quindi?. E ho scoperto questa:

Ti ritrovo in bilico d’apnea
le mani strofinacci
che di nuovo sei in balia
di una rima che allacci.

Di parole si può vivere
mi hai detto stamattina
mentre un sole stretto
apriva nuvole.
Come sono quando pensi a me?
Un nome, un suono di due sillabe?
O il centro di un qualcosa
che non si crea?
L’istinto a cui si è arresa
ogni tua idea?
Potessi amore esser nemmeno una donnna
ma il punto esatto del foglio
dove ti scivola nero il tratto di penna.

Sbuco da un riflusso di pazzia
e muto adesso, tu di ghiaccio,
sembri già in balia
di un altro abbraccio.

Cos’è un uomo senza più realtà
un nome, il suono di una pagina
sei il centro di un qualcosa che non si crea
l’istinto a cui si è arresa
ogni mia idea.
Ma se potessi amore
soffiarti via quel pensiero
che a tratti
mi pare ti toglie il respiro
e la moglie dagli occhi.

Il testo è stato scritto a quattro mani, insieme al fratello di Max Gazzè: Francesco. La poesia della parola unita a quella della musica con la delicatezza e la dolcezza d’animo che contraddistingue il duo Gazzè fin dal primo album.

E’ la storia di una donna e di un poeta, suo marito che, come tutti i poeti, quando si trova a tu per tu con la sua musa, preda della sua ispirazione, finisce per dimenticarsi di tutto ciò che lo circonda, compresa la donna che ama. E lei, pur di entrare a far parte della sua Arte, pur di non rimaner chiusa fuori dal suo cuore, preferirebbe essere “il punto esatto del foglio dove ti scivola nero il tratto di penna“.

Sono parole bellissime, come ho già detto, accompagnate da pianoforte e archi, capaci di strappare addirittura un attimo di sincera commozione ai più sensibili. Ma non sono del tutto d’accordo con il “contenuto”.

Un poeta, uno scrittore, un musicista… hanno la loro Arte. Consacrano ad essa la loro vita. Ma se amano, uomini o donne che siano, non escludono dal loro cuore l’oggetto del loro sentimento, mai. Perché è proprio questo a dar loro la forza e un’ispirazione sempre nuova. Idealizzano il loro amore, questo sì. Ci ricamano attorno storie e nuovi sentimenti, certo. Ma il nucleo centrale rimane lì, fermo, inamovibile.

Il più delle volte, poeti e scrittori sono innamorati dell’Amore. Vero. Fino a che non riescono a sostituire l’idea dell’Amore con la Realtà dell’Amore.

Ma questa, naturalmente, è solo la mia opinione.


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Il contraddittorio e la grammatica italiana: questi sconosciuti.

All’alba del giorno successivo alla messa in onda del servizio di Report sull’inchiesta relativa alle ville possedute dal nostro Presidente del Consiglio ad Antigua, così intitola Libero-news.it nel bel mezzo della sua prima pagina:

Report segugio anti-Cav: “Proprietà alle Antille” Ghedini: “Tutto in regola”
Milena Gabanelli manda in onda un’inchiesta senza contraddittorio sull’acquisto di quattro acri del Nonsuch Bay. I legali di Berlusconi: notizie diffamatorie, non c’è reato.

Della notizia in sé non commento, almeno per ora, tuttavia mi vorrei soffermare su una particolare espressione: inchiesta senza contraddittorio. Indipendentemente da Libero, Report e l’altra trasmissione pseudo-giornalistica il cui video inserirò qui di seguito, a quanto pare le espressioni “inchiesta senza contraddittorio” e “giornalista”, possono assumere significati diversi a seconda dell’autore, della rete relevisiva/testata giornalistica autrice dello scoop e del soggetto dell’inchiesta/del servizio stesso.

Un esempio? Entrambi i video qui di seguito riportano un servizio televisivo di stampo (almeno negli intenti dei rispettivi autori) giornalistico/d’inchiesta. Entrambi i servizi sono stati commentati da Libero. Il primo al link sopra riportato, il secondo qui. Secondo Libero solo uno di questi servizi è stato girato con l’intento palese di denigrare una persona e il suo operato.

Secondo voi quale?

Il servizio di Report (ieri sera):

O il servizio sul giudice Mesiano andato in onda su Mattino 5 qualche tempo fa?

Non trovo contraddittorio in nessuno dei due. A prescindere dal fatto che 1) la vedo dura dare inizio a un’inchiesta inserendo nel servizio di denuncia un contraddittorio propriamente detto; 2) nel servizio di Report ci han pure provato a chiedere spiegazioni a qualcuno, ma ha risposto, tu guarda un po’!, l’autista; 3) il servizio si conclude proprio con una richiesta di spiegazioni, quindi sì, il contraddittorio viene ricercato, ognuno può dire la sua (tanto che Ghedini l’ha detta già prima che la trasmissione andasse in onda).

Però se proprio vogliamo chiamare in causa il contraddittorio evitiamo di contraddirci da soli. Un po’ di coerenza perdiana! Essù!

P.s. Caro giornalista di Libero che hai deciso di scrivere questo sensazionale pezzo sul servizio di Report, studiamo un po’ di italiano. Guarda qui come inizi il tuo articolo: “Chi di casa ferisce di casa… Dando il là a una controffensiva “edilizia” al Montecarlo-gate in cui è coinvolto il presidente della Camera Gianfranco Fini…”

Dare il la si scrive senza accento, perché LA è da intendersi in tale espressione in quanto nota musicale (il la è la nota che si dà per accordare gli strumenti e dare quindi inizio alla musica, qui in senso figurato per intendere “dare inizio a qualcosa”) e non come avverbio di luogo. Che erroraccio!


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Solomon Kane [rece].

Parliamo di Solomon Kane.

Ho visto il trailer e, lo ammetto senza troppi problemi, complice James Purefoy che ho amato in Roma (sì sì, lo so che dovevo parlarne, prometto che prima o poi lo faccio), ho desiderato ardentemente andare al cinema, spegnere il cervello e godermi lo spettacolo.

Ora. A parte un paio di insignificanti difficoltà tecniche che mi hanno portata a dover costringere il fidanzato ad abbandonare la sala giusto quando sul grande schermo appariva la scritta “Solomon Kane” (e comunque già lì, dopo cinque minuti di prologo, il sospetto di non trovarci di fronte a un capolavoro della storia del cinema ci era venuto), sono comunque riuscita a completare la visione bella spaparanzata sul letto di casa sempre insieme al mio fedelissimo e innamoratissimo Jack.

Potevo anche limitarmi ai primi cinque minuti. Questa è stata l’inevitabile conclusione: l’essere consci del fatto che il malore improvviso accusato al cinema non fosse causato dal mix tra Oki, Aperol Spritz e freddo glaciale del multisala. No.

Si trattava di un Segno che né io né Jack siamo riusciti a cogliere.

Perché diciamolo, parliamoci francamente: Solomon Kane è una grandissima cazzata un film un pochino deludente.

Nemmeno spegnendo il cervello sono riuscita a farmelo piacere almeno un po’ (e Jack che, in questa rinomata arte, in quanto uomo, mi batte senza problemi, ha confermato che nemmeno lui coi super poteri ce l’ha fatta).

A parte il proverbiale brivido che entrambi abbiamo sentito scendere lungo la schiena al vedere i sostegni in ferro all’interno del monastero in una delle prime scene… ma vogliamo parlare dei buchi, ma che dico?, delle voragini narrative?

Solo una, giusto per gradire: Solomon e la bella famigliola attraversano il bosco. Arrivano i cattivi. Solomon va in avanscoperta, ma quelli sono più furbi e, mentre lui fa il guardone, fanno il giro e attaccano i suoi compagni di viaggio. Solomon torna e si ritrova di fronte uno dei cattivoni che punta una lama alla gola del figlioletto più piccolo della famiglia di pellegrini.

Cattivo: “Se non fai come ti dico lo ammazzo!”

Solomon: “Ma non è vero, dai! E’ solo un ragazzino. Non lo ammazzi.”

Cattivo: “Guarda che io sono uno dei cattivi, Solomon, non è che mi faccia molti problemi.”

Tutti (pure gli altri cattivi): “Solomon! Guarda che lo ammazza! Che quello è cattivo! Difendilo! Combatti! Uccidilo!”

Solomon: “Ma vaaaa! Mica lo ammazza, ve lo dico io!”

Cattivo: [ammazza il ragazzino].

Dopo questo bellissimo momento di pathos, quelli dell’esercito nemico fan fuori il fratello maggiore, rapiscono la bella fanciulla (marchiata non si sa perché da una bambina che, toh, guarda!, s’è rivelata una strega) e feriscono a morte il padre.

Solomon, finalmente, capisce che forse quelli fanno sul serio e li ammazza a sua volta.

Tutto bruciato, cavalli dispersi.

Rimangono Solomon, il padre morente e la moglie di questo che, non si capisce come, non se l’è filata nessuno ed è rimasta illesa.

Padre: “Salva mia figlia e redimi la tua anima!” [e muore]

Moglie: “Sì, Solomon, salva nostra figlia!”

Solomon: “… ok!”

E parte. Si piglia l’unico cavallo rimasto e molla lì la donna nel bel mezzo del bosco, evidentemente lontana da forme di civiltà.

Va bene, Solomon! Ok! Vai così!

Parte. Scopre che il cattivo più cattivo di tutti è (ma non mi dire!) il fratello che lui pensava di aver ucciso prima di fuggire da casa.

Salva la sua bella.

E uno dice: il film ha fatto schifo fino ad ora. Magari ci sarà, non dico una piccola svolta porno, ma almeno un bacetto romantico.

No.

Lui la abbraccia.

Stacco e…

Voce fuori campo (che no, scusate ma a me ha ricordato la voce fuori campo di René Ferretti alla fine di Boris 3.)

Comunque, voce fuori campo che, mentre Solomon galoppa verso altre avventure, ci spiega come sia diventato un altro uomo ormai e, vinta la battaglia, abbia… rimandato la ragazza dalla madre???????

Al che io e Jack non abbiamo potuto fare altro che inscenare il dialogo:

Solomon/Jack: “E ora che ti ho salvata… va’ torna da tua madre, va! Io devo combattere il male!”

Meredith/Clarinette: “Ma io pensavo che, insomma… io, tu… noi… ti ho cucito pure il vestito, eh!” [sconcertata]

Solomon/Jack: “No, pensavi male. Torna da tua madre.”

Meredith/Clarinette: “… ok. Dov’è che la trovo?”

Solomon/Jack: “E quella… sta nel bosco. L’ho lasciata lì coi cadaveri ancora caldi di: tuo padre, tuo fratello grande e il marmocchio.”

Meredith/Clarinette: “Ah. E almeno le hai lasciato, chessò… un mezzo di trasporto o qualcosa per difendersi?” [preoccupata]

Solomon/Jack: [mentre prepara la sella per mollarla lì e partire per sconfiggere il male] “Mhm. No. La carrozza è andata in fiamme, l’unico cavallo l’ho preso per venirti a recuperare e tutte le armi mi servivano.” [Sale in sella] “Be’, ciao cara, eh…” [E parte.]

Meredith/Clarinette: “…” [basita]

L’unica spiegazione plausibile, ormai ne siamo certi, è questa (e si spiegherebbero così anche i collegamenti tra i due monologhi fuori campo finali): in realtà, gli sceneggiatori di Solomon Kane… sono loro!

GENIO! Ca-po-la-vo-ro! Insomma, lo possiamo proprio dire: questo è il Roberto Saviano dei film fantasy!