Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.


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5 buone ragioni per guardare Dracula, nonostante tutto

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Geomagnetismo. Ordine del Drago. Cacciatrici improbabili. Un Van Helsing che boh. Veggenti drogati. Guerra del petrolio.
Ce la stanno mettendo proprio tutta, quelli della NBC, per rovinare (anzi, per non far neppure partire come si deve) la nuova serie dedicata a Dracula.

Eppure, ecco qui 5 buone ragioni per guardarla comunque:

1) c’è Jonathan Rhys Meyers;
2) c’è Katie McGrath;
3) c’è Jonathan Rhys Meyers;
4) la storia d’amore tra Dracula e Mina, come la giri giri, rimane comunque una delle storie d’amore più belle di sempre («I have crossed oceans of time to find you…» grazie F.F. Coppola);
5) forse non ve l’ho detto, ma c’è Jonathan Rhys Meyers.

Poi, se tutto ciò non bastasse, c’è Jonathan Rhys Meyers.
Buttalo via.


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Nella vita tutto è relativo, anche la saggezza.

Varese. Libreria Feltrinelli. Mentre attendo, inutilmente, che un commesso si degni di darmi retta, mi cade l’occhio su un cartellino posto a indicare uno scaffale ricolmo di libri: “Per Natale, regalate i libri dei Saggi!”.

Certa di scovare qualcosa di interessante abbasso lo sguardo. Ed è con profondo terrore e con un proverbiale brivido che mi scorre lungo la schiena che mi trovo a leggere i nomi degli autori.

Fra i tanti spiccano:

Alfonso Signorini. Bruno Vespa. Vittorio Feltri. Benedetta Parodi. Paolo Fox.

Proprio vero che nella vita tutto è relativo.

 


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Solomon Kane [rece].

Parliamo di Solomon Kane.

Ho visto il trailer e, lo ammetto senza troppi problemi, complice James Purefoy che ho amato in Roma (sì sì, lo so che dovevo parlarne, prometto che prima o poi lo faccio), ho desiderato ardentemente andare al cinema, spegnere il cervello e godermi lo spettacolo.

Ora. A parte un paio di insignificanti difficoltà tecniche che mi hanno portata a dover costringere il fidanzato ad abbandonare la sala giusto quando sul grande schermo appariva la scritta “Solomon Kane” (e comunque già lì, dopo cinque minuti di prologo, il sospetto di non trovarci di fronte a un capolavoro della storia del cinema ci era venuto), sono comunque riuscita a completare la visione bella spaparanzata sul letto di casa sempre insieme al mio fedelissimo e innamoratissimo Jack.

Potevo anche limitarmi ai primi cinque minuti. Questa è stata l’inevitabile conclusione: l’essere consci del fatto che il malore improvviso accusato al cinema non fosse causato dal mix tra Oki, Aperol Spritz e freddo glaciale del multisala. No.

Si trattava di un Segno che né io né Jack siamo riusciti a cogliere.

Perché diciamolo, parliamoci francamente: Solomon Kane è una grandissima cazzata un film un pochino deludente.

Nemmeno spegnendo il cervello sono riuscita a farmelo piacere almeno un po’ (e Jack che, in questa rinomata arte, in quanto uomo, mi batte senza problemi, ha confermato che nemmeno lui coi super poteri ce l’ha fatta).

A parte il proverbiale brivido che entrambi abbiamo sentito scendere lungo la schiena al vedere i sostegni in ferro all’interno del monastero in una delle prime scene… ma vogliamo parlare dei buchi, ma che dico?, delle voragini narrative?

Solo una, giusto per gradire: Solomon e la bella famigliola attraversano il bosco. Arrivano i cattivi. Solomon va in avanscoperta, ma quelli sono più furbi e, mentre lui fa il guardone, fanno il giro e attaccano i suoi compagni di viaggio. Solomon torna e si ritrova di fronte uno dei cattivoni che punta una lama alla gola del figlioletto più piccolo della famiglia di pellegrini.

Cattivo: “Se non fai come ti dico lo ammazzo!”

Solomon: “Ma non è vero, dai! E’ solo un ragazzino. Non lo ammazzi.”

Cattivo: “Guarda che io sono uno dei cattivi, Solomon, non è che mi faccia molti problemi.”

Tutti (pure gli altri cattivi): “Solomon! Guarda che lo ammazza! Che quello è cattivo! Difendilo! Combatti! Uccidilo!”

Solomon: “Ma vaaaa! Mica lo ammazza, ve lo dico io!”

Cattivo: [ammazza il ragazzino].

Dopo questo bellissimo momento di pathos, quelli dell’esercito nemico fan fuori il fratello maggiore, rapiscono la bella fanciulla (marchiata non si sa perché da una bambina che, toh, guarda!, s’è rivelata una strega) e feriscono a morte il padre.

Solomon, finalmente, capisce che forse quelli fanno sul serio e li ammazza a sua volta.

Tutto bruciato, cavalli dispersi.

Rimangono Solomon, il padre morente e la moglie di questo che, non si capisce come, non se l’è filata nessuno ed è rimasta illesa.

Padre: “Salva mia figlia e redimi la tua anima!” [e muore]

Moglie: “Sì, Solomon, salva nostra figlia!”

Solomon: “… ok!”

E parte. Si piglia l’unico cavallo rimasto e molla lì la donna nel bel mezzo del bosco, evidentemente lontana da forme di civiltà.

Va bene, Solomon! Ok! Vai così!

Parte. Scopre che il cattivo più cattivo di tutti è (ma non mi dire!) il fratello che lui pensava di aver ucciso prima di fuggire da casa.

Salva la sua bella.

E uno dice: il film ha fatto schifo fino ad ora. Magari ci sarà, non dico una piccola svolta porno, ma almeno un bacetto romantico.

No.

Lui la abbraccia.

Stacco e…

Voce fuori campo (che no, scusate ma a me ha ricordato la voce fuori campo di René Ferretti alla fine di Boris 3.)

Comunque, voce fuori campo che, mentre Solomon galoppa verso altre avventure, ci spiega come sia diventato un altro uomo ormai e, vinta la battaglia, abbia… rimandato la ragazza dalla madre???????

Al che io e Jack non abbiamo potuto fare altro che inscenare il dialogo:

Solomon/Jack: “E ora che ti ho salvata… va’ torna da tua madre, va! Io devo combattere il male!”

Meredith/Clarinette: “Ma io pensavo che, insomma… io, tu… noi… ti ho cucito pure il vestito, eh!” [sconcertata]

Solomon/Jack: “No, pensavi male. Torna da tua madre.”

Meredith/Clarinette: “… ok. Dov’è che la trovo?”

Solomon/Jack: “E quella… sta nel bosco. L’ho lasciata lì coi cadaveri ancora caldi di: tuo padre, tuo fratello grande e il marmocchio.”

Meredith/Clarinette: “Ah. E almeno le hai lasciato, chessò… un mezzo di trasporto o qualcosa per difendersi?” [preoccupata]

Solomon/Jack: [mentre prepara la sella per mollarla lì e partire per sconfiggere il male] “Mhm. No. La carrozza è andata in fiamme, l’unico cavallo l’ho preso per venirti a recuperare e tutte le armi mi servivano.” [Sale in sella] “Be’, ciao cara, eh…” [E parte.]

Meredith/Clarinette: “…” [basita]

L’unica spiegazione plausibile, ormai ne siamo certi, è questa (e si spiegherebbero così anche i collegamenti tra i due monologhi fuori campo finali): in realtà, gli sceneggiatori di Solomon Kane… sono loro!

GENIO! Ca-po-la-vo-ro! Insomma, lo possiamo proprio dire: questo è il Roberto Saviano dei film fantasy!


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Rina ne uccide quattro – Vittorio Orsenigo / Cronache Nere – Dino Buzzati [rece].

“… La corrente elettrica nel cervello ne sa fare di cose!
Anzi, più che farle le disfa e tu non sai più niente di niente: se ti portano da mangiare, però, sai che devi mangiare, se senti dolore alla pancia chiedi di andare al cesso.
Chiedi di andare al cesso e ti lasciano andare; anzi, ti prendono la mano, ti fanno accomodare sulla seggetta, perché nel cesso dell’infermeria non è come nelle celle, e tu, avendo appena fatto i conti con la corrente elettrica, non hai vergogna e la fai in loro presenza mentre dicono: «Bene, le funzioni primarie ci sono, speriamo che sia l’ultima volta che le diamo la scossa». Qualcuno, mentre io la faccio senza vergogna, come se parlasse da chissà dove, dal cielo forse, risponde: «Si vedrà, non mettiamo limiti alla divina provvidenza». E il primo, quello che ha detto: «Speriamo», comincia a ridere, ma poi dice: «Pulisciti e alzati, ormai sei a posto, torna in cella e attenta a quello che fai».
Non è troppo villano, fa il dottore, forse è un dottore…”

Di solito leggo fino in fondo qualsiasi romanzo mi capiti fra le mani.
A costo di arrancare fino all’ultima pagina. A costo di reprimere l’istinto di autoconservazione che mi ordina di gettare dalla finestra quella robaccia che mi ostino a leggere.
A costo di farmi venire il nervoso.
Io leggo fino in fondo qualsiasi romanzo mi capiti fra le mani.
Ma questa volta no. Questa volta non ce l’ho fatta e, anzi, è stato con un sorriso estatico che mi sono appellata a quello che, stando a Pennac, è il terzo diritto imperscrittibile di ogni lettore: il diritto di non finire un libro.

Il romanzo in questione si intitola Rina ne uccide quattro, sottotitolo: il romanzo sulla Belva di via San Gregorio.
La storia che dà il via a tutto è tanto raccapricciante quanto semplice: Rina Fort, il 29 novembre 1946 in via San Gregorio (nei pressi di Corso Buenos Aires, a Milano), uccide barbaramente la moglie del suo amante e i suoi tre figlioletti.
Si tratta di uno dei più efferati omicidi del secondo dopoguerra, un caso che ha scosso l’opinione pubblica e scomodato gli uomini di legge e di scienza di tutta Italia. Un caso che ha segnato la storia della cronaca nera del nostro Paese, documentato passo passo dai giornali con servizi ricchi di dettagli e fotografie della scena del delitto (vista, si badi bene, prima dai fotografi e dai giornalisti e, solo in un secondo momento, dalle forze dell’ordine).
Ad ogni modo, questo per dire che non è per nulla strano che, dopo anni, se ne parli ancora e si decida addirittura di scriverci su un romanzo.
Lo fa Vittorio Orsenigo, autore, appunto, di Rina ne uccide quattro. Il suo intento, si direbbe dalla nota introduttiva che lui stesso ha scritto, è di raccontare quello che è successo a Rina Fort dopo l’omicidio, all’interno del manicomio giudiziario di Perugia. Non s’è messo in testa di raccontare la verità, questo lo dice anche lui in un brevissimo “mea culpa”, ma a quanto pare vuole far vivere ai suoi lettori il dramma che si consuma, dopo il delitto, nella testa dell’assassina.
Ecco. La premessa è buona. Il materiale, viste le centinaia di perizie sulla Fort, non manca affatto.
Quella che manca, in compenso, è la capacità di narrare in modo chiaro e di coinvolgere il lettore.
Perché io capisco che il signor Orsenigo desideri condurci all’interno di una mente malata e stremata dal dolore e dalla prigionia. Capisco perfettamente che voglia rispecchiare la pazzia di Rina Fort nel suo stile. Lo capisco, davvero.
Però è un esercizio assai difficile. Un esercizio che, finora, ho visto riuscir perfettamente solo a un tale che di cognome faceva Dostoevskij. E dici poco.

Lo stile di Orsenigo è allucinato. Non trovo altra parola. Si salta da un punto di vista all’altro, tanto che il lettore non solo è spiazzato (il che potrebbe essere, di per sé, una buona cosa), ma si perde non tanto nei meandri della mente di un assassina quanto in un labirinto di idee, pensieri, descrizioni, luoghi.
Si fa addirittura confusione coi soggetti. Nel corso del capitolo IV, per esempio, quando viene descritta la procedura di elettroshock cui viene sottoposta la Fort, si passa da una narrazione impersonale, a metà tra il punto di vista del narratore e quello della protagonista (“… quanto ci ragiona Caterina su quel lavoro da sarta!…”) a una narrazione in prima persona (riportata nella citazione iniziale). Il tutto senza preavviso, senza nemmeno uno stacco, se non logico almeno grafico.
Senza contare che non c’è un filo logico né temporale. Nulla.
Certo, a meno che dopo pagina 100 qualcosa non cambi, ma dando una sfogliata al tutto non mi pare proprio che accada. E comunque sarebbe troppo tardi.
Da lettrice sono rimasta alquanto delusa.

Ma non disperino coloro che sul caso vorrebbero sapere di più! Ne parla egregiamente Dino Buzzati nelle sue Cronache nere, un libricino che penso sia ormai fuori stampa (io l’ho trovato in una libreria di provincia in un’edizione della casa editrice Theoria, collana Riflessi). Nemmeno 100 paginette, ma chiare, estremamente interessanti e scritte, be’, scritte da Dino Buzzati, il che è di per sé una garanzia.

La stessa storia, gli stessi protagonisti. Ma è lo stile a fare la differenza.


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La signora dei funerali [rece].

“… Fleur abbassò gli occhi dietro alla veletta sottile.

«Io devo andare a una commemorazione funebre.»

«Oh, mi spiace» disse la donna, porgendo a Fleur i numerosi fogli del conto dell’hotel. «Si tratta di una persona molto vicina a lei?»

«Non ancora» rispose Fleur, firmando il conto senza prendersi il disturbo di controllarlo. Osservò il cassiere infilare le mazzette di banconote in buste con lo stemma dell’hotel, poi prese delicatamente le buste e le mise nella borsetta, richiudendola con un colpo secco.
«Ma non si sa mai.»…”

Un po’ di tempo fa, ho deciso di farmi un regalo. E cosa c’è di meglio, ho pensato in quel momento, di un bel romanzo firmato Sophie Kinsella? Nulla, diranno i fan dell’autrice.

E così la pensavo anch’io.

Ebbene, mi sbagliavo. Questa volta Madeleine Wickham, meglio nota come Sophie Kinsella, mi ha profondamente delusa.

La signora dei funerali è un romanzo noioso, inconcludente, non si capisce proprio dove l’autrice voglia andare a parare.

La trama, in breve, è questa: Fleur Daxeny è un’affascinante e seducente (nonché sedicente) donna che ha come unica occupazione nella vita quella di esaminare i necrologi del Times in cerca di vedovi freschi freschi da sedurre e spennare senza pietà.

Naturalmente finirà vittima della sua stessa trappola quando incontrerà Richard Favour, prevedibile quanto ricco.

Attorno a lei sfila un dedalo di personaggi: la cognata, il genero e i figli di Richard in primis, ma anche sua figlia, una ragazzina drogata e infelice, la coppia di amici stufi della sua vita e un lontano, misterioso e quanto mai scontato ex amore.

Fleur si trova inoltre, neanche a dirlo, a dover fronteggiare le bieche manovre del genero di Richard che vuole impossessarsi della fortunata eredità anzitempo.

Riusciranno i nostri eroi a sventare l’attacco al patrimonio familiare?

Secondo voi?

Nessuna traccia dello sfavillante stile che porterà la Kinsella, due anni dopo la pubblicazione in madrelingua del romanzo, a scalare la classifica dei best-sellers e che si riduce a un misero tentativo di suscitare il sorriso dei lettori. Tentativo mal riuscito, peraltro.
Il libro, infatti, è stato scritto nel 1998, due anni prima del grande successo di I love shopping, ma in Italia è uscito solo nel 2008. Che abbiano tentato di sfruttare la scia del successo per commercializzare anche un prodotto che sapevano essere di minor valore? Mi viene il dubbio che sia proprio così.

L’ambientazione è poco curata, le descrizioni corrispondono a cliché che, a lungo andare, stufano.

La caratterizzazione dei personaggi è incompleta, troppe cose sono date per scontate e, anche in questo campo, i luoghi comuni abbondano. Capirei (forse) se si trattasse solo dei personaggi secondari, ma la stessa Fleur rimane un mistero. E non nel senso che suscita il “senso del mistero” nel lettore che è spinto a continuare a leggere per capire cosa mai si celi dietro all’apparenza cinica di questa donna tanto affascinante. No. Nel senso che il lettore non riesce proprio a comprendere la sostanza di un personaggio del genere.

E’ come se la Kinsella avesse provato a distaccarsi dalla trama trita e ritrita di tante storie simili alla sua, ma l’esperimento non le è riuscito assolutamente, anzi. Così com’è, il romanzo è fastidioso.

La conclusione frettolosa de La signora dei funerali è deludente e, a questo punto, un semplice e abusato “vissero tutti felici e contenti” avrebbe reso più dell’insignificante colpo di scena usato dall’autrice che, a mio parere, ha voluto strafare finendo vittima, come Fleur, della sua stessa trappola.

Satira elegante dell’alta società british con tutti i suoi tic, perfetta come una pièce di teatro classico, La signora dei funerali è una commedia dai toni sofisticati, con un pizzico di cinismo e una protagonista che conquista con il suo essere anticonvenzionale e irresistibilmente incurante”, così la Mondadori descrive La signora dei funerali.

Mah.

Convinti loro.

La signora dei funerali mi ha lasciata con l’amaro in bocca e col rimpianto di non aver speso in modo migliore i 9 euro che il libro, in edizione Oscar Mondadori, richiede di sborsare.

Per finire qui, se non si fosse capito, vi sconsiglio vivamente di leggere questo romanzo.