Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.


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5 buone ragioni per guardare Dracula, nonostante tutto

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Geomagnetismo. Ordine del Drago. Cacciatrici improbabili. Un Van Helsing che boh. Veggenti drogati. Guerra del petrolio.
Ce la stanno mettendo proprio tutta, quelli della NBC, per rovinare (anzi, per non far neppure partire come si deve) la nuova serie dedicata a Dracula.

Eppure, ecco qui 5 buone ragioni per guardarla comunque:

1) c’è Jonathan Rhys Meyers;
2) c’è Katie McGrath;
3) c’è Jonathan Rhys Meyers;
4) la storia d’amore tra Dracula e Mina, come la giri giri, rimane comunque una delle storie d’amore più belle di sempre («I have crossed oceans of time to find you…» grazie F.F. Coppola);
5) forse non ve l’ho detto, ma c’è Jonathan Rhys Meyers.

Poi, se tutto ciò non bastasse, c’è Jonathan Rhys Meyers.
Buttalo via.


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Il Divo

andreotti

«Dunque, andando in ordine alfabetico, domani toccherebbe alla B…»

«Essì, mamma. Quindi Berl…»

«Macché. Con la sfiga che ha tocca a Bersani. Berlusconi lo saltano o lo segnano assente. Vedrai.»

 


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Sono tornata. Forse.

«Argo, vieni?»
«Signora, sono in ronda-anti-gatto, Signora!»
«Sì, ok. Vieni?»
«Signora, solo dopo aver controllato il perimetro Nord, Signora!»
«Dai, vieni che ti do un biscot…»

[l’ignara sedicente “padrona” viene investita da un missile terra-aria]

«Argo! Ma dove… Argo?»
«Capo sono in casa! Muoviti, su, veloce! VIENI QUI!»
«…»

(per saperne di più, seguite #ilCaneArgo su Twitter)

(Forse torno tra voi. Ma forse, eh. Devo ancora decidere.)


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È la tua anima gemella? Te lo svela la sua libreria!

Lui è appena entrato in casa tua. Per la prima volta. Mentre gli stai preparando un drink ciondola in salotto, di fronte alla tua libreria. I suoi occhi scorrono sui volumi in rigoroso ordine alfabetico per autore e tu gongoli perché sai che è tutto perfetto: si inizia con la Alcott, che leggevi da bambina. Un po’ più avanti c’è la Allende. Nello scaffale successivo Conan Doyle e Dostoevskij ti fanno ciao ciao. Sotto di loro Hugo ammicca mentre Pennac e Pirandello si fanno una partitina a briscola.

È un momento fondamentale in ogni relazione tra lettori, l’incontro con le rispettive librerie. Questo perché dai libri posseduti (che si presume siano stati anche letti) si può capire, o almeno intuire, chi è veramente il soggetto con cui ci siamo messi. L’ordine in cui sono disposti, il loro stato, i titoli e gli autori scelti: sono tutte cose che permettono di sondare l’anima di un uomo, di leggergli dentro.

Qualche esempio? Stevenson, Salgari e O’Brian su una stessa mensola sono indizio, neanche a dirlo, di una personalità avventurosa, che non sa cosa sia la noia. La raccolta completa delle opere di Tolkien rivela una vena fantasiosa (ma occhio ai fissati). Chiunque abbia letto e apprezzato Stella del mattino merita di essere sposato. Se avvistate il trittico Vespa-Volo-Parodi, fuggite a gambe levate.

Ma è sempre così? Davvero ogni libro da noi posseduto rivela chi siamo veramente?

Per capirlo, torniamo alla nostra storia.

Anche tu hai i tuoi peccatucci. I tuoi errori di gioventù, come sei solita chiamarli. E intendo quella copia di Tre metri sopra il cielo che hai acquistato a quindici anni, su consiglio delle amiche. Ma non c’è problema. L’hai nascosta nel mobiletto del bagno in vista di questo momento. Puoi stare tranquilla, non fosse che…

A un certo punto, alle tue spalle, si materializza una figura. Ti sventola sotto il naso un volumetto nero. In copertina, due mani ti porgono una mela rossa.

Merda. Twilight.

«Ma non avevi detto che ti faceva schifo?» Suona come un’accusa e non è nemmeno velata. Sostieni il suo sguardo, ti spalmi sulla faccia una bella maschera di bronzo, la stessa che indossavi giusto la settimana prima mentre sputavi veleno sulla Meyer proprio di fronte a lui.

«È di mia cugina, l’ha lasciato qui e…»

«Tua cugina ha 7 anni.»

«Già. Precoci la bambine di oggi, non trovi?»

Ti guarda. Socchiude gli occhi. Lui sa.

E tu sai che userà tutto questo contro di te, un giorno.

Torni ai drink e decidi che è meglio abbondare con la vodka.

Il tempo passa. Lui sembra aver dimenticato il fattaccio (quel goccino di vodka in più è stato provvidenziale) ed è il tuo turno di incontrare la sua libreria.

Tanto per cominciare, lui non ha una libreria: ha una stanza intera dedicata solo ai libri. Decine, centinaia, forse un migliaio di volumi. Si parte con sette diverse edizioni della Divina Commedia. Antiche, antichissime. Una, addirittura, ha in prima pagina la dedica autografa di un Papa. Si prosegue con la Britannica originale. Montagne di libri di storia, dall’Eoarcheano ad oggi. E no! Non puoi nemmeno dire che è un tipo noioso e che se la tira con tutti ’sti libri perfetti, perché di fianco a tutto questo ben di Dio ci sono montagne di romanzi. Classici, contemporanei, tutti gli autori più importanti italiani e stranieri. Ci sono anche i fumetti d’autore, diamine. E c’è perfino una copia del Pendolo di Foucault autografata da Umberto Eco, roba che tu la guardi e cadi in ginocchio, affranta, con tanto di lacrime e mascara colante. A completare l’effetto, dalla cucina arriva la voce di Morandi: «Non son degno di teeee, ta, ta raaa, non ti merito piùùùù…».

Esplodi: «Ti prego, ti prego perdonami! Twilight è stato solo un errore di gioventù! Ti giuro che non lo faccio più…»

«E Moccia, allora? Che mi dici della copia di Tre Metri sopra il cielo che ho trovato nell’armadietto del bagno? EH?»

Merda.

«Dovevo recensirlo per il giornalino della scuola, ho dovuto leggerlo! Mi hanno costretta!»

Ma anche questa crisi passa. Lui è comprensivo. Eri un’adolescente nel bel mezzo dell’età della ribellione. Si può sorvolare.

Poi, un giorno, mentre quello che ormai è il tuo fidanzato si rilassa alla tv, decidi che è giunta l’ora di dare un’occhiata a quelle edizioni della Divina Commedia. E così, spulciando tra un volume e l’altro, trovi una cosa meravigliosa: nascosto in terza fila c’è il libro di un certo Brachino.

Sorridi, malefica. Lo hai in pugno.

«Amore! Guarda cos’ho trovato!»

Perché tutti hanno qualche scheletro nascosto nella libreria.

Tutti.


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Cain! Cain! Cain! Cain!*

Sciura: «Dai Pallino su, fai il bravo, non vedi che Argo piange perché vuole giocare con te?»

Argo: «Cain! Cain! Cain! Cain!

Sciura: «Be’, dopotutto fai bene. Un po’ di tempo fa tu volevi giocare e lui ti snobbava. Bravo Pallino, fatti valere!»

Argo: «Cain! Cain! Cain! Cain!

Sciura: «Noi andiamo, eh. Trovati qualche altro cane che voglia giocare con te Argo, ché Pallino non ti vuole. Così impari.»

Argo: «Cain! Cain! Cain! Cain!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*«Posso mangiarlo, capo? Eddai capo, toglimi il guinzaglio e lascia che me lo mangi! Lo sai che lo vuoi anche tu… tanto è piccolo, insignificante. Un solo boccone e non se ne parla più. Faccio in fretta, davvero capo, non te ne accorgi neanche. Eddai…»


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E visto che si avvicina Natale… le palline di Argo!

Doverose premesse:

1) la mia camera è in mansarda, mentre il resto della casa è al primo piano;

2) Argo è solito giocare con le palline da tennis;

3) Argo ha 6 mesi.

Detto ciò. Conversazione tra me (in mansarda) e mio padre (in salotto):

«Clarinette! Senti!»

«Cosa?»

«Ma a te risulta che le palline di Argo possano essere una su e l’altra giù?»

«Uhm. No! Sono quasi sicura che siano tutte e due giù!»

«Ma no, ho controllato stamattina! Una è su e l’altra è giù!»

«No, adesso guardo, ‘spetta… no ti assicuro che quassù non c’è niente! Guarda che sarà giù, magari in giardino!»

«…»

«…»

«Ma io, veramente…»

«Ah

«Eh.»

Mia madre è da qualche ora che, ogni volta che mi vede, scoppia a ridermi in faccia. Argo, appena gli passo accanto, sbuffa sonoramente.

Qualcuno cortesemente mi passi una scala: il pero è troppo alto e a scender così rischio di farmi male. Grazie.

(E comunque si dice testicoli, che qui non siamo alla Rai e le cose le chiamiamo con il loro nome. Perdiana!)


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Mai disturbare il can che dorme…

No, perché poi uno, per puro caso, si ritrova a guardare Hachiko e passa la serata a piangere come una fontana. Risparmiate i fazzoletti: gli Akita, a parte quando decidono di riderti in faccia (cosa che sanno fare maledettamente bene), hanno un musetto triste/annoiato/mogio-mogio/scazzato. Ce l’hanno perché così li ha creati madre natura e non perché si sentano in raltà tristi/annoiati/mogi-mogi/scazzati.

Dimostrazione? Tre giorni prima che Argo arrivasse a casa mi sono convinta a guardare ‘sto benedetto film (“non puoi prendere un Akita se prima non guardi quel film meravigliosostrappalacrimedioquantohopiantoquandoèmortoRichardGere!”) e, da metà in avanti, ho pianto singhiozzando disperata. Mai, mai, mai, mai in tutta la mia vita avrei immaginato che potesse esistere un esserino sensibile quanto Hachi, con quel musetto triste e coccoloso, tanto in pena per il suo padrone, tanto fedele.

Ho riguardato lo stesso film qualche settimana dopo aver preso con me Argo e… niente. Nemmeno una lacrimuccia. Datemi pure dell’insensibile, ma il film gioca un sacco sulle espressioni disperate e cucciolose degli Akita, senza naturalmente dar modo di capire a chi gli Akita non sa nemmeno dove stanno di casa che non c’è niente di strano, che quel povero cucciolo non è stato maltrattato né lasciato a digiuno per quattro giorni prima di girare il film.

Sono. Così. Di. Natura.

Molto espressivi, vero. Ma quando vi guardano con quegli occhioni enormi non stanno pensando “capo, se t’avanza tempo dammi qualcosa da mangiare, ti prego, muoio di fame e solo tu dall’alto della tua bontà puoi aiutarmi”, bensì, molto più probabilmente: “sciocco umano dispensatore di cibo, è ora di pranzo, te ne sei accorto?”.

Altra cosa: gli Akita sbuffano. Ma sbuffano tanto. Si irritano. Si irritano perché non li calcoli mentre devi studiare. Si irritano perché fai avanti e indietro per raccogliere la quintalata quotidiana dei loro peli e, così facendo, disturbi la pennichella pomeridiana. Si irritano perché non sei abbastanza rapido a raccogliere la loro pupù, che loro devono continuare la passeggiata.

Sbuffano e ti lanciano sguardi simili a quello della foto qui sopra, che se potessi accedere alla pagina 777 dell’akitavideo di sicuro ti uscirebbe in sovraimpressione la scritta “‘zzo vuoi, sciocco umano dispensatore di cibo? Non vedi che sto riposando?

Tutto questo finché non decidono che è giunto il momento di tirar fuori il pagliaccio che c’è in loro. A quel punto non ci sono Santi che tengono e devono dimostrarti tuuuuuutto quello che sanno fare e tuuuuttto, ma proprio tuuuuuutto il bene che ti vogliono. E’ così che iniziano a darti la zampa destra, poi quella sinistra, poi ti portano l’osso, la palla e la pallina da tennis (sì, tutte e tre le cose insieme: l’osso in bocca e le palline mosse a suon di zampe anteriori, una roba che nemmeno Del Piero all’apice della sua forma fisica riuscirebbe a fare), quindi si buttano a terra, strisciano, addirittura qualche volta rotolano, quindi si rimettono seduti, chiedono per favore con la zampotta e così via. Finché non ti degni di prestar loro la dovuta attenzione. A quel punto, il più delle volte, si prendono quelle due coccole di cui sentivano il desiderio e poi se ne vanno e ricominciano a schifarti.

Ma sono cani fedeli. E tanto, tanto buoni e teneri e coccolosi e dolci e fantastici e affezionati e ubbidienti e, soprattutto, rispettosi del padrone.

Ora scusate, ma devo andare: è giunta l’ora del pranzo di Sua Maestà e se oso sgarrare quello mi toglie il saluto per due giorni. Alla prossima, con le mirabolandi avventure de #ilcaneargo!

[Se vi avanza un po’ di tempo date un’occhiata al VERO standard dell’Akita e fatevi due risate.]