Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.


2 commenti

Storia di una bottiglietta nobile

{ L’estate ormai è arrivata. È ufficiale. E allora eccomi qui a condividere un ricordo d’infanzia o meglio, a dedicare un racconto alla bibita che preferivo da bambina: la gazzosa al caffè. Qui nel profondo Nord raramente si trova, ma in Calabria la brasilena è una delle bevande estive più diffuse. Il raccontino è volutamente buffo (spero) e ha una protagonista un po’ insolita. Buona lettura! }

Brasilena mon amour

Galleggiava. Si lasciava trasportare dalla corrente in quello che ormai era poco più di un rigagnolo.

«Guarda mamma!» Luca, nove anni, strattonò sua madre, una bella signora tinta di biondo. «Guarda com’è colorata!»

Ma lei non degnò di uno sguardo il piccolo oggetto abbandonato al suo destino. Una mano per Luca, l’altra per il pesante cestino da pic-nic, occhi solo per l’orizzonte tinto di rosa: in cerca dello spiazzo migliore.

E la piccola bottiglia continuava a navigare cozzando di tanto in tanto contro qualche sasso dispettoso.

Non era sempre stata spazzatura, lei. Una bottiglietta di tutto rispetto. Del vetro più fine, poi. Aveva contenuto, nei suoi giorni migliori, un liquido pregiato d’ambra e petrolio: gazzosa al caffè.

Era stata la migliore amica di una bimba dai riccioli d’oro. Milena era il suo nome o almeno così la chiamavano a casa. Lei si faceva chiamare Stella e da grande voleva diventare una ballerina ancora più brava di quelle che vedeva ogni sera in tv. Le scosciate, le chiamava sua nonna, ma figurarsi se le importava.

Stella era una ragazzina vivace, gentile, gioiosa. Si erano conosciute in un supermercato. La bottiglietta aveva visto la ragazzina dallo scaffale sul quale un borioso commesso (un po’ tonto, ne era certa) l’aveva piazzata ed era stata subito certa che sarebbe uscita da quel luogo di perdizione insieme a quegli occhioni verdi. E infatti Stella, abbandonata la nonna al banco dei salumi, era corsa verso di lei e, senza esitazioni, l’aveva afferrata e posata delicatamente nel carrello. Con tanta cura! Era stato, insomma, amore a prima vista.

La nonna, come c’era da aspettarsi, aveva storto il naso ai bizzarri gusti della nipote: caffè a quell’età, soli otto anni. Che gioventù perduta. Ma, per fortuna, il salumiere l’aveva chiamata proprio in quel momento per porgerle i suoi soliti cinque etti di prosciutto crudo tagliato finissimo e della bottiglietta si era scordata all’istante.

Arrivati a casa, Stella aveva subito agguantato la sua nuova amica e, inforcata la bicicletta (la bottiglietta stava comoda comoda nel cestino), era partita alla volta di nuove avventure.

Giochi, risate, scherzi e confidenze avevano trasformato un banale pomeriggio in un giorno da non dimenticare e Stella stava giusto per raccontare alla bottiglietta di quel bambino che le piaceva sin dai tempi della scuola materna, quando proprio il frutto di quella fanciullesca passione si era materializzato di fronte a loro.

Era un bambino prepotente, aveva pensato la bottiglietta, si vedeva subito. Aveva preso Stella per mano e se l’era portata via senza nemmeno lasciarle il tempo di salutarla. E alla fine doveva averla rapita, perché Stella non era più tornata. Non poteva esserci altra spiegazione.

C’era stata la pioggia, quella notte. Tanta pioggia. Si era creato un rigagnolo giusto dove giaceva la bottiglietta, ancora in attesa della sua migliore amica. Alla fine si era addormentata e al mattino eccola lì: galleggiava proprio all’ombra di Luca e di sua madre.

Luca che, con gran dispetto della sua genitrice, la strattonò nuovamente fino a liberarsi della sua mano. Corse verso la bottiglietta. La prese con sé. La sciacquò sotto la fontanella del parco. La riempì d’acqua per metà e, colte tre margherite, ne fece un grazioso vasetto da regalare alla mamma.

La bottiglietta, dal canto suo, non si ribellò alle cure del ragazzino. Anzi. Lo guardò con tanto d’occhi vitrei mentre la trattava come una regina. Le aveva persino messo un cappellino fatto di fiori! Arrossì, per quanto può arrossire un pezzo di vetro, e pensò che, dopo tutto, Milena era troppo plebea per i suoi gusti: diventare una ballerina come quelle scosciate in tv, tsk!


Lascia un commento

Sono il signor Scillitani, risolvo problemi.

ange noir1

{ Raccontino senza pretese nato da uno scambio di e-mail con il mio ragazzo. Sua l’idea, suo l’incipit, suo il nome del protagonista. Continuiamo? Ci fermiamo qui? Chissà. Vedremo. }

È la quinta volta che tiro le cuoia. La quinta volta e, devo ammetterlo, si sta rivelando meno dolorosa della prima. Un po’ perché me l’aspettavo (c’è una certa differenza tra una pugnalata alla schiena da parte di tua moglie e un’esecuzione pubblica), un po’ perché ci si abitua a tutto. E dopo quattro volte che hai visto la luce, be’… ti aspetti quasi che ti venga recapitata una bolletta dell’Enel.

Salve. Sono Pasquale Scillitani e di mestiere faccio il Ritornante, che non significa altro che sono un tipo che saltella di anima in anima, di morte in morte.

Gli aspetti negativi sono che la Cerchia mi manda a sostituire solo dei veri stronzi, in situazioni davvero disperate. La cosa positiva è che gli stronzi che sostituisco sono destinati a morire: io non devo fare altro che limitare i danni.

Prendete questo qui, ad esempio. Un morto di fame tirato su a cazzotti e cinghiate che, non si sa bene come, s’è trovato a gestire i traffici di anfetamine di mezza Austin. Una volta diventato ricco sfondato, invece di mollare tutto e sparire su una spiaggia dei Tropici ha ben pensato di seguire le orme del padre e ammazzare, tra una bottiglia di pessimo whisky e l’altra, moglie, figlio e suocera.
Aveva addirittura trovato un povero disgraziato che si sarebbe preso la colpa al posto suo. È a quel punto che la Cerchia è intervenuta. Mandando me. Tanto per cambiare.

Sono il signor Scillitani, risolvo problemi. Ok, questa l’ho copiata, ma il senso è lo stesso.

Per farla breve: sono entrato nel corpo di questo figlio di puttana o meglio, la mia anima è entrata nel corpo di questo figlio di puttana e l’ho spinto a costituirsi. Da lì a entrare nel braccio della morte c’è voluto un attimo.
Di regola, a quel punto avrei anche potuto lasciar fare alla giustizia terrena, ma visto che lo stronzo era pieno di conoscenze mi è toccato andare fino in fondo e assicurarmi che non trovasse un modo per passarla liscia.
Perciò eccomi qui, alla fine del miglio verde, sdraiato su un lettino e tenuto fermo da non so quante cinghie, con una cannula nel braccio. È una morte dolce, dicono, ma così non sembra pensarla l’anima del cretino con cui al momento spartisco il corpo. Si lamenta. Vuole uscire. Non sa che, tra poco, l’aspetterà qualcosa di peggio. L’iniezione letale è niente in confronto all’ira del Vincolo. E lo so perché ci sono passato.
Dall’ira del Vincolo, intendo. Dall’iniezione letale no, è la prima volta perfino per me.

Prima i barbiturici. Dormo.
Poi il pancuronio. Smetto di respirare.
E via col cloruro di potassio.

Nemmeno una decina di minuti dopo sono fuori.

Col cazzo che torno subito alla Cerchia, stavolta. Ho voglia di fumare. Mi basterebbe possedere per un’oretta il corpo di quella guardia là fuori. Porta la fede, quindi ha una moglie. Magari ci scappa anche una bella sco…

«Ti vogliono. C’è un nuovo lavoro, datti una mossa.»

Eccheccazzo.

Salve. Sono Pasquale Scillitani e di mestiere faccio il Ritornante. Salto di anima in anima, di morte in morte. Sostituisco gli stronzi che sono destinati a morire: provvedo affinché si presentino all’appuntamento con la Morte. Che ha pure un gran bel culo, detto tra noi.

«E smettila di guardarmi il culo.»

L’unico difetto è questa sua mania di leggere nel pensiero. Ma diamine, nessuno è perfetto.


Lascia un commento

Di aggiornamenti, non morti e racconti fantasy

Nora Ainwen

Sì, lo so, lo so: sono imperdonabile.
Sono secoli che non aggiorno il blog. Chi mi segue altrove (Twitter e Finzioni in primis) sa che, tra una cosa e l’altra, sono un po’ presa (e ho poca voglia di scrivere post decenti, diciamola tutta).
C’è l’università, che sembra ‘na roba tipo La storia infinita ormai (ma senza Draghi della Fortuna, ohibò), visto che appena sono scesa sotto i dieci esami ho avuto una specie di blocco mistico.
C’è la mia famiglia, c’è #ilcaneArgo, che mi riempie le giornate.
C’è Finzioni, su cui scrivo due giorni a settimana più Bookatini e roba varia ed eventuale.
C’è il mio Cantastorie, che mi costringe a passare i w.e. a lavorare, ma senza il quale non saprei proprio come fare.

E c’è che m’è tornata la voglia di scrivere. Ma non i cavoli miei su un blog o recensioni o cose serie: storie, racconti.
Per cui, se vi piacciono il genere fantasy/avventura, i pirati, la magia, gli antichi dei della mitologia greco-romana, gli intrighi e i colpi di scena, ma soprattutto, se volete bacchettarmi per la mia scarsa conoscenza delle tecniche narrative, vi invito a dare un’occhiata qui: http://iventidieos.altervista.org.

In alternativa, se siete assidui lettori di fanfiction e iscritti al sito EFP, potete trovare La Rosa dei Venti (che è, appunto, il titolo del mio racconto/romanzo/work in progress) anche a questo indirizzo: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1666057.

O ancora, se volete seguire la storia come dei veri fanS e beccarvi spoiler, anticipazioni, avvisi, cosine carine varie ed eventuali, ecco la pagina facebook (http://www.facebook.com/pages/La-Rosa-dei-Venti-EFP/357094591068247) e il profilo twitter (@LaRosaDiEos).

Ecco.
Detto questo, Appunti di diritto (in)civile torna nel dimenticatoio per un altro po’, almeno fino a quando non avrò sconfitto un mostro cattivissimissimissimo che porta la macabra nomea di diritto amministrativo. O forse no. Magari ci sentiamo domani.

Baci, abbracci e cotillons!


1 Commento

È la tua anima gemella? Te lo svela la sua libreria!

Lui è appena entrato in casa tua. Per la prima volta. Mentre gli stai preparando un drink ciondola in salotto, di fronte alla tua libreria. I suoi occhi scorrono sui volumi in rigoroso ordine alfabetico per autore e tu gongoli perché sai che è tutto perfetto: si inizia con la Alcott, che leggevi da bambina. Un po’ più avanti c’è la Allende. Nello scaffale successivo Conan Doyle e Dostoevskij ti fanno ciao ciao. Sotto di loro Hugo ammicca mentre Pennac e Pirandello si fanno una partitina a briscola.

È un momento fondamentale in ogni relazione tra lettori, l’incontro con le rispettive librerie. Questo perché dai libri posseduti (che si presume siano stati anche letti) si può capire, o almeno intuire, chi è veramente il soggetto con cui ci siamo messi. L’ordine in cui sono disposti, il loro stato, i titoli e gli autori scelti: sono tutte cose che permettono di sondare l’anima di un uomo, di leggergli dentro.

Qualche esempio? Stevenson, Salgari e O’Brian su una stessa mensola sono indizio, neanche a dirlo, di una personalità avventurosa, che non sa cosa sia la noia. La raccolta completa delle opere di Tolkien rivela una vena fantasiosa (ma occhio ai fissati). Chiunque abbia letto e apprezzato Stella del mattino merita di essere sposato. Se avvistate il trittico Vespa-Volo-Parodi, fuggite a gambe levate.

Ma è sempre così? Davvero ogni libro da noi posseduto rivela chi siamo veramente?

Per capirlo, torniamo alla nostra storia.

Anche tu hai i tuoi peccatucci. I tuoi errori di gioventù, come sei solita chiamarli. E intendo quella copia di Tre metri sopra il cielo che hai acquistato a quindici anni, su consiglio delle amiche. Ma non c’è problema. L’hai nascosta nel mobiletto del bagno in vista di questo momento. Puoi stare tranquilla, non fosse che…

A un certo punto, alle tue spalle, si materializza una figura. Ti sventola sotto il naso un volumetto nero. In copertina, due mani ti porgono una mela rossa.

Merda. Twilight.

«Ma non avevi detto che ti faceva schifo?» Suona come un’accusa e non è nemmeno velata. Sostieni il suo sguardo, ti spalmi sulla faccia una bella maschera di bronzo, la stessa che indossavi giusto la settimana prima mentre sputavi veleno sulla Meyer proprio di fronte a lui.

«È di mia cugina, l’ha lasciato qui e…»

«Tua cugina ha 7 anni.»

«Già. Precoci la bambine di oggi, non trovi?»

Ti guarda. Socchiude gli occhi. Lui sa.

E tu sai che userà tutto questo contro di te, un giorno.

Torni ai drink e decidi che è meglio abbondare con la vodka.

Il tempo passa. Lui sembra aver dimenticato il fattaccio (quel goccino di vodka in più è stato provvidenziale) ed è il tuo turno di incontrare la sua libreria.

Tanto per cominciare, lui non ha una libreria: ha una stanza intera dedicata solo ai libri. Decine, centinaia, forse un migliaio di volumi. Si parte con sette diverse edizioni della Divina Commedia. Antiche, antichissime. Una, addirittura, ha in prima pagina la dedica autografa di un Papa. Si prosegue con la Britannica originale. Montagne di libri di storia, dall’Eoarcheano ad oggi. E no! Non puoi nemmeno dire che è un tipo noioso e che se la tira con tutti ’sti libri perfetti, perché di fianco a tutto questo ben di Dio ci sono montagne di romanzi. Classici, contemporanei, tutti gli autori più importanti italiani e stranieri. Ci sono anche i fumetti d’autore, diamine. E c’è perfino una copia del Pendolo di Foucault autografata da Umberto Eco, roba che tu la guardi e cadi in ginocchio, affranta, con tanto di lacrime e mascara colante. A completare l’effetto, dalla cucina arriva la voce di Morandi: «Non son degno di teeee, ta, ta raaa, non ti merito piùùùù…».

Esplodi: «Ti prego, ti prego perdonami! Twilight è stato solo un errore di gioventù! Ti giuro che non lo faccio più…»

«E Moccia, allora? Che mi dici della copia di Tre Metri sopra il cielo che ho trovato nell’armadietto del bagno? EH?»

Merda.

«Dovevo recensirlo per il giornalino della scuola, ho dovuto leggerlo! Mi hanno costretta!»

Ma anche questa crisi passa. Lui è comprensivo. Eri un’adolescente nel bel mezzo dell’età della ribellione. Si può sorvolare.

Poi, un giorno, mentre quello che ormai è il tuo fidanzato si rilassa alla tv, decidi che è giunta l’ora di dare un’occhiata a quelle edizioni della Divina Commedia. E così, spulciando tra un volume e l’altro, trovi una cosa meravigliosa: nascosto in terza fila c’è il libro di un certo Brachino.

Sorridi, malefica. Lo hai in pugno.

«Amore! Guarda cos’ho trovato!»

Perché tutti hanno qualche scheletro nascosto nella libreria.

Tutti.


2 commenti

Nella cattiva sorte. [racconto]

[Racconto temporaneamente rimosso in quanto partecipante a concorso letterario]

{Ricordo, viste le brutte esperienze passate, che questo racconto (come del resto tutto quello che è scritto in questo blog) è protetto da una Licenza Creative Commons. Per maggiori informazioni sulla possibilità di condividerlo vi prego di consultare l’apposito banner posto nella colonna qui a fianco. Rimango a disposizione per ulteriori informazioni (dirittoincivile@gmail.com). Grazie. }


Lascia un commento

Divertissement. [racconto/idea personaggio]

Non ho una grande costanza nello scrivere. Non ultimamente. Però mi piace inventare personaggi e brevi storie. Spesso rimangono in un cassetto e non ci faccio nulla. Una volta, almeno i personaggi, li usavo per giocare, cosa che ora tra l’università e tutto il resto non posso più fare.

Quella che oggi riporto qui è nata proprio così: la storia di un personaggio nato per giocare insieme al mio Cantastorie a Pirats. Un personaggio creato su misura per affiancarsi a uno già esistente.

Purtroppo di giocare non se ne parla, ma la storia a me piace parecchio. Così, la riporto qui. Magari, più in là, gioco o meno, potrei anche svilupparla. Chissà. Per ora… buona lettura!

Evangeline (Clarisse de Barbarac)

Evangeline ne ha combinati di guai nella sua vita. Uno dopo l’altro.
Tanto per cominciare, è nata povera. Che questo, già di per sè, è un guaio grosso.

Figlia d’una francesina di facili costumi e umili origini, prima di ben sei tra fratelli e sorelle, è presto costretta a seguire le orme della madre, che di mestiere ha scelto il più vecchio del mondo. Ma Evangeline è ambiziosa, forse troppo, e una stanzetta in una stamberga di campagna non le basta. Così, parte per Parigi ed è qui che la Fortuna la bacia per la prima volta.
Fortuna, poi. Che razza di Fortuna sarà mai incontrare tale Monsieur Bipe, proprietario di un bordello per ricchi, se le buone maniere non sai nemmeno dove stanno di casa?
Ma Evangeline è bella e, dice il suo nuovo datore di lavoro, ha tutto quel che le serve per far contenti i clienti. Con buona pace delle buone maniere.
Ed eccola perciò girare in abiti da gran signora. Forse un po’ troppo scollacciati, ma fa parte del mestiere.
I guadagni non sono molti, ‘ché Monsieur Bipe pretende una grossa percentuale. Però ci sono i regali dei clienti: vestiti, gioielli e sciccherie varie.
E ci sono i nobilotti libidinosi da spennare. Soprattutto se vecchi. Soprattutto se soli.
Evangeline ne trova uno. Lo fa innamorare. E si fa addirittura sposare.
Giusto il tempo di celebrare le nozze che il vecchietto schiatta. Tu guarda i casi della vita. E tu guarda la Fortuna. Bisogna sapersela procurare alle volte, la Fortuna.
Sta di fatto che ora Evangeline, a Parigi, non ci può più metter piede. Però sua madre e i suoi fratelli hanno lasciato la stamberga, giù in campagna. Ora vivono in una casetta tutta loro. Vivono di rendita.

Ed Evangeline? E’ fuggita, dicevamo. A Napoli. E a Napoli ha trovato un tizio che di ricco non ha nulla all’apparenza. Un sempliciotto le pare. Un sempliciotto che, però, dice di aver fortuna in un posto chiamato Tortuga.
Evangeline proprio di Fortuna ha bisogno, ‘ché la sua l’ha tutta regalata.

Si finge nobildonna, Clarisse de Barbarac, Contessa.
Si fa sposare, di nuovo. S’imbarca con quell’uomo che di nome fa Giacomino Moscardelli, detto Mosca, e che di lei è innamorato cotto, ma che di Evangeline, quella vera, non ha mai sentito parlare.

 


1 Commento

L’assassino. [racconto]

Camminava lentamente. Un passo cadenzato, pesante e sbilenco. Il passo degli ubriachi.
La luce lattiginosa del lampione ne illuminava la figura emaciata. Gli occhi, acquosi, semichiusi, erano immobili, intenti a fissare un punto non meglio precisato sull’asfalto.
L’uomo, perché nonostante tutto almeno nelle fattezze era un uomo, si fermò. Alla sua destra, nello specchio buio del fiume, scintillava una falce di luna.
“Vecchio mio, stai proprio messo male”. Era una voce baritonale, impastata, ad aver parlato. La sua voce. E questo suono parve coglierlo di sorpresa.
Non aveva mangiato. Nulla. In compenso aveva bevuto. Troppo. La testa bionda gli girava così tanto, leggera com’era, che la debolezza del corpo passava in secondo piano.
Sedette sulla riva del corso d’acqua, ginocchia piegate e braccia sottili a stringere le gambe al petto. Una ciocca gli cadde sulla fronte. L’ignorò.
Come si chiamava la donna di quel pomeriggio? Carine, Carole, Caroline… forse Vivienne per quel che gli poteva importare al momento. L’aveva persa. Ne ricordava ancora l’odore, il profumo costoso di qualche boutique parigina cui lui non poteva nemmeno avvicinarsi, di sicuro. Rivide mentalmente l’invitante curva del seno. Ripassò i contorni del collo bianco e delicato. Pulsante.
Strinse i pugni, unghie nere nella carne, alla fitta che gli attraversò lo stomaco risvegliato dall’aria notturna e dal ricordo. Aveva commesso un errore a distrarsi, a lasciarla sfuggire.
Gli piaceva guardare il suo cibo morire, esalare l’ultimo, breve respiro. Adorava vedere il terrore negli occhi delle sue vittime, quello stesso terrore che lasciava spazio prima all’odio, quindi alla supplica, infine alla quieta rassegnazione. Il più delle volte, almeno.
Era, sempre, una meravigliosa scarica di adrenalina. Il sangue che sgorgava dalla tenerezza del collo, che si portava via la vita. Così caldo. Così dolce.
E poi nascondere i corpi. Prepararli. Per lui, solo per lui. Come potevano rifiutargli attenzioni le donne, da morte? Gli dedicavano serate intere. Notti macabre, le avrebbe definite la gente. Abominio, avrebbero detto. Meraviglia, diceva lui.
Il sapore della carne umana non ha eguali. “Maledettamente vero”, rispose al suo stesso pensiero.
Poi sorrise. Si alzò. In lontananza vedeva danzare una mantellina rossa.
Era giunto il momento di tornare a caccia.