Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.


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Sono il signor Scillitani, risolvo problemi.

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{ Raccontino senza pretese nato da uno scambio di e-mail con il mio ragazzo. Sua l’idea, suo l’incipit, suo il nome del protagonista. Continuiamo? Ci fermiamo qui? Chissà. Vedremo. }

È la quinta volta che tiro le cuoia. La quinta volta e, devo ammetterlo, si sta rivelando meno dolorosa della prima. Un po’ perché me l’aspettavo (c’è una certa differenza tra una pugnalata alla schiena da parte di tua moglie e un’esecuzione pubblica), un po’ perché ci si abitua a tutto. E dopo quattro volte che hai visto la luce, be’… ti aspetti quasi che ti venga recapitata una bolletta dell’Enel.

Salve. Sono Pasquale Scillitani e di mestiere faccio il Ritornante, che non significa altro che sono un tipo che saltella di anima in anima, di morte in morte.

Gli aspetti negativi sono che la Cerchia mi manda a sostituire solo dei veri stronzi, in situazioni davvero disperate. La cosa positiva è che gli stronzi che sostituisco sono destinati a morire: io non devo fare altro che limitare i danni.

Prendete questo qui, ad esempio. Un morto di fame tirato su a cazzotti e cinghiate che, non si sa bene come, s’è trovato a gestire i traffici di anfetamine di mezza Austin. Una volta diventato ricco sfondato, invece di mollare tutto e sparire su una spiaggia dei Tropici ha ben pensato di seguire le orme del padre e ammazzare, tra una bottiglia di pessimo whisky e l’altra, moglie, figlio e suocera.
Aveva addirittura trovato un povero disgraziato che si sarebbe preso la colpa al posto suo. È a quel punto che la Cerchia è intervenuta. Mandando me. Tanto per cambiare.

Sono il signor Scillitani, risolvo problemi. Ok, questa l’ho copiata, ma il senso è lo stesso.

Per farla breve: sono entrato nel corpo di questo figlio di puttana o meglio, la mia anima è entrata nel corpo di questo figlio di puttana e l’ho spinto a costituirsi. Da lì a entrare nel braccio della morte c’è voluto un attimo.
Di regola, a quel punto avrei anche potuto lasciar fare alla giustizia terrena, ma visto che lo stronzo era pieno di conoscenze mi è toccato andare fino in fondo e assicurarmi che non trovasse un modo per passarla liscia.
Perciò eccomi qui, alla fine del miglio verde, sdraiato su un lettino e tenuto fermo da non so quante cinghie, con una cannula nel braccio. È una morte dolce, dicono, ma così non sembra pensarla l’anima del cretino con cui al momento spartisco il corpo. Si lamenta. Vuole uscire. Non sa che, tra poco, l’aspetterà qualcosa di peggio. L’iniezione letale è niente in confronto all’ira del Vincolo. E lo so perché ci sono passato.
Dall’ira del Vincolo, intendo. Dall’iniezione letale no, è la prima volta perfino per me.

Prima i barbiturici. Dormo.
Poi il pancuronio. Smetto di respirare.
E via col cloruro di potassio.

Nemmeno una decina di minuti dopo sono fuori.

Col cazzo che torno subito alla Cerchia, stavolta. Ho voglia di fumare. Mi basterebbe possedere per un’oretta il corpo di quella guardia là fuori. Porta la fede, quindi ha una moglie. Magari ci scappa anche una bella sco…

«Ti vogliono. C’è un nuovo lavoro, datti una mossa.»

Eccheccazzo.

Salve. Sono Pasquale Scillitani e di mestiere faccio il Ritornante. Salto di anima in anima, di morte in morte. Sostituisco gli stronzi che sono destinati a morire: provvedo affinché si presentino all’appuntamento con la Morte. Che ha pure un gran bel culo, detto tra noi.

«E smettila di guardarmi il culo.»

L’unico difetto è questa sua mania di leggere nel pensiero. Ma diamine, nessuno è perfetto.


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Pensierini di fine giornata, tra letterine e necrologi

Letterina

Caro tassista,

tu che, per arrivare a Cadorna dall’Arena (Milano), mi hai fatto fare il giro dalla Triennale giusto per gustarti TUTTI i semafori (rossi).

Tu che, alle mie rimostranze e all’ennesima coda chilometrica all’ennesimo semaforo (rosso), te ne sei venuto fuori con «a quest’ora c’è casino da quella parte!». You don’t say!

Spero tanto che ti possa venire il cagotto mentre sei imbottigliato nel traffico.

Con affetto e stima,

*Quella che ha sborsato 15 euro per un viaggio da 7*

Necrologio

Era luminosa e discreta.
Nessuno come lei sapeva mantenere i segreti. Sapeva tutto di noi, conosceva ogni nostro dettaglio, eppure non osava turbare la nostra intimità.

Era calda. Solare, allegra. Faceva compagnia durante le ore più improbabili, illuminandoci con la sua grazia soffusa.
E lì, proprio tra una doccia e una lavata di faccia, oggi ci ha lasciato. Si è, ed è proprio il caso di dirlo, spenta.

Per sempre.

È dunque con immenso rammarico che annuncio la dipartita dell’ultima lampadina che ci era rimasta in bagno.
Possa riposare in pace nel paradiso dei faretti.

Là dove, finalmente, risplenderà di Luce Eterna.


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Pensieri sparsi.

Penso che avrò una vita bellissima. Penso che finirò di studiare, che troverò un lavoro. Non so ancora come, non so ancora dove. Ma penso che ce la farò.
Penso che mi sposerò. Che avrò un marito, due figli, un gatto e forse un cane.
Penso che vivrò in una bella casa, magari piccola ma di sicuro accogliente. Penso che i miei figli avranno un papà, una mamma e dei nonni.
Penso che saremo una bella famiglia.
Penso che organizzerò molte sorprese e che ne riceverò altrettante.
Penso che accompagnerò i miei figli a scuola, a danza, a calcetto, in piscina. Che lavorerò. E che farò una fatica immane. Ma penso che non sarò sola, e che riusciremo, insieme, a fare tutto col sorriso sulle labbra.
Penso che ci saranno momenti difficili. Litigi, sfuriate, lacrime.
Penso che la domenica mattina mi sveglierò accanto alla persona che amo, che trascorreremo il pomeriggio in un parco invaso dal sole, a giocare a palla, a farci rincorrere da un cane buffo e scodinzolante.
Penso che la sera, prima di dormire, leggerò un buon libro, crogiolandomi sotto le coperte, la testa sulla spalla di mio marito.

E voi, voi penserete che tutto questo sia banale, ordinario, noioso. O forse impossibile. Ma non per me.

Io penso che tutto quello che voglio è una famiglia felice e che lotterò per crearla, perché le premesse ci sono tutte.
Penso che sarà una magia, la più bella cui potrò mai dare vita. E che sarà capace di sorprendermi ogni giorno.


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Una mattina al bagno turco [Hammam della Rosa – Milano]

“Una città non è completa, se non ha il suo bagno turco.”

Così diceva la bella Sherazade ne “Le mille e una notte”. Aveva assolutamente ragione.
In occasione di San Valentino/mio onomastico/mio compleanno, il Cantastorie ha ben pensato di regalare a entrambi un Percorso della Rosa Lei&Lui con massaggio relax condiviso presso l’Hammam della Rosa di Milano (sì sì, lo so anch’io che è un uomo da sposare).
E’ stata un’esperienza meravigliosa, sia per il percorso in sé sia per la disponibilità e la gentilezza estrema del personale.
Probabilmente è da considerare anche il fatto che eravamo i primi della giornata ed entrare una buona mezzora prima degli altri clienti ci ha permesso di avere a nostra completa disposizione la struttura ancora perfettamente pulita e il personale che ha potuto seguirci (e coccolarci) passo dopo passo.
Mi scuso fin d’ora perché questo sarà un post lunghetto, ma quando cercavo informazioni in rete su quest’esperienza ho notato che le opinioni e i racconti scarseggiano, quindi spero che questo mio dettagliato intervento possa tornare utile ad altri curiosi futuri clienti.

Ma ecco com’è andata: l’Hammam della Rosa si trova in pieno Viale Abruzzi. Ieri pioveva, c’era il solito traffico. E il solito smog. E’ stata quindi una sensazione quasi irreale l’entrare in un salone accogliente e profumato d’incenso. Visto che si trattava della nostra prima volta all’Hammam, abbiamo dovuto compilare i moduli per ricevere le tessere di iscrizione e il kit hammam (che include il guanto peeling kassa e le ciabattine personali). Sono quindi stata gentilmente invitata, con molta discrezione, ad allontanarmi in modo che l’ammmore mio potesse occuparsi in tutta calma del pagamento, visto che si trattava di un regalo.
Una volta terminate le formalità, la ragazza che ci aveva accolti al nostro ingresso ci ha spiegato cosa si sarebbe svolta la nostra mattinata di tutto relax e, dopo aver avvisato il personale del nostro arrivo, ci ha fatto scendere nello spogliatoio per prepararci.

Parentesi: lo spogliatoio di cui parlo non è una stanza molto grande, ma ha tutto il necessario (ci sono perfino 3 asciuga-capelli e un tonico alla rosa per le signore).
E’ in comune, maschietti e femminucce, perché è dedicato ai percorsi di coppia. E tutto il percorso, naturalmente, è dedicato alle coppie, con la conseguenza che le donne devono indossare la parte superiore del costume (diversamente da quanto accade nei giorni di apertura esclusivamente femminile dell’hammam, in cui si può stare anche nude come mamma ci ha fatte). Noi siamo arrivati indossando già il costume, ma per cambiarsi in tutta tranquillità c’erano comunque dei bagni pulitissimi. Chiusa parentesi.

Una volta indossato il costume siamo stati invitati a fare una rapidissima doccia e a non asciugarci. Questo perché il passo successivo consiste nel farsi spalmare su tutto il corpo, viso e piedi esclusi, un velo di sapone nero (no, fanciulle, tranquille, nessuno vi vedrà con il corpo cosparso di materia scura: è trasparente una volta messo sulla pelle).
All’inizio è un po’ imbarazzante il farsi “servire” così, ma la signora che si è occupata di noi è stata talmente gentile che l’imbarazzo se n’è presto andato.
Senza contare che le parole “oggi non dovete pensare e nulla se non a rilassarvi. Di tutto il resto ci occupiamo noi.” hanno un suono dolcissimo e irresistibilmente peccaminoso.
Comunque. Tutti belli insaponati ce ne siamo andati nel calidarium, una stanza satura di vapore che ha una temperatura media di 45° che varia, dal basso verso l’alto, dai 30° ai 60°. Io, che odio il caldo, pensavo che sarebbe stata una vera tortura e invece è stato addirittura piacevole. All’interno c’è una fontanella d’acqua fredda con cui ci si può rinfrescare di tanto in tanto (solo viso e gambe, come viene raccomandato prima di iniziare).
Si può stare nel calidarium quanto si vuole, a seconda della propria resistenza, ed è possibile entrare e uscire a piacimento recandosi, tra un bagno di vapore e l’altro, nel tepidarium, vale a dire una grande sala calda e leggermente umida con panche di marmo riscaldate, mosaici e una bella fontana. Qui si possono reintegrare i liquidi persi con acqua, frutta fresca e thè alla menta (buonissimo, tra l’altro) e si può stuzzicare con qualche pasticcino arabo.

Seguono poi i trattamenti tradizionali dell’hammam: ci si stende su un lettino di marmo e, col guanto che ci è stato dato nel kit iniziale, viene effettuato il peeling (no maschietti, il peeling non vi fa la bua, tranquilli). Poi arriva il bello: il massaggio/lavaggio con sapone di Aleppo. Se ho ben capito (e ben visto) si tratta di una specie di federa che viene immersa nel sapone di Aleppo, gonfiata e passata sul corpo. Produce una sensazione stranissima e molto, molto piacevole. Per le femminucce questo è anche il momento del trattamento per i capelli, che diventano morbidissimi e rimangono profumati delicatamente di mandorle.

Fatto ciò si passa un po’ sotto la doccia per togliere i residui del sapone e ci si immerge nel frigidarium, una vasca idromassaggio tiepida che, oltre ad avere un effetto tonificante, serve a far recuperare al corpo la propria temperatura.
Visto che eravamo i primi e gli altri dovevano ancora finire peeling e massaggio, abbiamo avuto la vasca tutta per noi e, invece di un ciclo di idromassaggio, ne abbiamo fatti due (facendo gnegnegne a tutti quelli che passavano in mandrie più o meno numerose guardandoci con invidia u_u).

Saremmo rimasti volentieri a mollo per un terzo round, ma siamo stati invitati a spostarci nella sala relax per asciugarci prima del massaggio finale. La sala in questione è grande, molto accogliente, tappezzata di tappeti morbidi, cuscini e amenità simili. E anche qui c’è un tavolino pieno di cibo e bevande a disposizione dei clienti.

Dulcis in fundo… il massaggio. Venticinque minuti di paradiso. Eravamo nella stessa stanza, separati da una parete traforata e sottilissima. Massaggiatrice per me. Massaggiatore per il Cantastorie. Luci soffuse (quasi buio a un certo punto). Musica orientale di sottofondo.
L’unica ad essere agitata in tutto ciò era la mia massaggiatrice che, complici il suo collega e il Cantastorie, aveva il terrore che io scoppiassi a ridere da un momento all’altro causa solletico. Cosa che, naturalmente, non è successa (so essere una personcina seria, quando mi ci metto, ecco.)

Per finire siamo tornati nella sala relax e solo con calma, molta calma (e molto a malincuore, a onor del vero), ci siamo decisi a uscire da quell’oasi di coccole e piaceri per buttarci di nuovo nella grigia e piovosa domenica milanese.
Camminando su una nuvoletta rosa.


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Divertissement. [racconto/idea personaggio]

Non ho una grande costanza nello scrivere. Non ultimamente. Però mi piace inventare personaggi e brevi storie. Spesso rimangono in un cassetto e non ci faccio nulla. Una volta, almeno i personaggi, li usavo per giocare, cosa che ora tra l’università e tutto il resto non posso più fare.

Quella che oggi riporto qui è nata proprio così: la storia di un personaggio nato per giocare insieme al mio Cantastorie a Pirats. Un personaggio creato su misura per affiancarsi a uno già esistente.

Purtroppo di giocare non se ne parla, ma la storia a me piace parecchio. Così, la riporto qui. Magari, più in là, gioco o meno, potrei anche svilupparla. Chissà. Per ora… buona lettura!

Evangeline (Clarisse de Barbarac)

Evangeline ne ha combinati di guai nella sua vita. Uno dopo l’altro.
Tanto per cominciare, è nata povera. Che questo, già di per sè, è un guaio grosso.

Figlia d’una francesina di facili costumi e umili origini, prima di ben sei tra fratelli e sorelle, è presto costretta a seguire le orme della madre, che di mestiere ha scelto il più vecchio del mondo. Ma Evangeline è ambiziosa, forse troppo, e una stanzetta in una stamberga di campagna non le basta. Così, parte per Parigi ed è qui che la Fortuna la bacia per la prima volta.
Fortuna, poi. Che razza di Fortuna sarà mai incontrare tale Monsieur Bipe, proprietario di un bordello per ricchi, se le buone maniere non sai nemmeno dove stanno di casa?
Ma Evangeline è bella e, dice il suo nuovo datore di lavoro, ha tutto quel che le serve per far contenti i clienti. Con buona pace delle buone maniere.
Ed eccola perciò girare in abiti da gran signora. Forse un po’ troppo scollacciati, ma fa parte del mestiere.
I guadagni non sono molti, ‘ché Monsieur Bipe pretende una grossa percentuale. Però ci sono i regali dei clienti: vestiti, gioielli e sciccherie varie.
E ci sono i nobilotti libidinosi da spennare. Soprattutto se vecchi. Soprattutto se soli.
Evangeline ne trova uno. Lo fa innamorare. E si fa addirittura sposare.
Giusto il tempo di celebrare le nozze che il vecchietto schiatta. Tu guarda i casi della vita. E tu guarda la Fortuna. Bisogna sapersela procurare alle volte, la Fortuna.
Sta di fatto che ora Evangeline, a Parigi, non ci può più metter piede. Però sua madre e i suoi fratelli hanno lasciato la stamberga, giù in campagna. Ora vivono in una casetta tutta loro. Vivono di rendita.

Ed Evangeline? E’ fuggita, dicevamo. A Napoli. E a Napoli ha trovato un tizio che di ricco non ha nulla all’apparenza. Un sempliciotto le pare. Un sempliciotto che, però, dice di aver fortuna in un posto chiamato Tortuga.
Evangeline proprio di Fortuna ha bisogno, ‘ché la sua l’ha tutta regalata.

Si finge nobildonna, Clarisse de Barbarac, Contessa.
Si fa sposare, di nuovo. S’imbarca con quell’uomo che di nome fa Giacomino Moscardelli, detto Mosca, e che di lei è innamorato cotto, ma che di Evangeline, quella vera, non ha mai sentito parlare.

 


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Momento XFactor: incontro ravvicinato con una fan della Tatangelo.

Riporto qui di seguito il mio commento all’ultimo post diegozilliano, conscia del fatto che si tratta di un’esperienza troppo traumatica e al contempo significativa per non inserirla tra le mie inciviltà.

Due sabati fa.

Entro in fumetteria col moroso.

Una stazione radio di cui, per scelta, ignoro il nome, fa risuonare “Essere una donna” by Anna Tatangelo.

Tra le mie mani Sandman vomita dal disgusto. Un peluche di Scrat minaccia di gettarsi da una mensola per la disperazione.

Una volta alla cassa, lanciando un’occhiata di puro terrore allo stereo, mi lascio sfuggire: “certo che era una vita che non sentivo la Tatangelo in radio. Stanno tentando di rilanciarla con l’unica canzone che ha avuto successo visto che come giudice fa pena?”

Ricevo dalla fumettaia uno di quegli sguardi che la Tatta è solita dedicare a Nevruz. Un misto tra quando la persona è niente l’offesa è zerohovintosanremoaquincicianni: “ma cosa diiiiiciiii??? E’ l’unica che ne capisce qualcosa là dentro! E la passano sempre in radio! E’ bravissssssima, famosisssssima, simpaticisssssima e io qui ho tutti i suoi cd!”

Li tira fuori da sotto al bancone. Me li sbatte davanti con le fiamme negli occhi, pronta ad azzannarmi al collo.

Io guardo Sandman. Sandman guarda Scrat. Scrat guarda la sua ghianda, ‘ché ormai la Tatta ha finito di lamentarsi in radio.

Ma proprio io dovevo incontrare l’unica fan della Tatta?

Uff.

 


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Anche gli incivili cucinano: biscotti al cioccolato fondente e noci.

Buonasera carissimi.
Inauguriamo oggi una nuova rubrica, vale a dire:
Lezioni di cucina per negati.

E’ da un paio di annetti a questa parte che, di tanto in tanto, entro in un loop spazio-temporale caratterizzato da una vocina che mi ripete insistentemente qualcosa come: “Devi imparare a cucinare ‘ché altrimenti non sarai mai una perfetta donnina di casa quando ti mariterai col Cantastorie” (femminismo mode: off).
In realtà, tempo qualche giorno un’altra vocina si impegna sempre per farmi tornare in me: “Ma dai! Te lo sei scelto in grado di lavare, stirare e CUCINARE. Il problema non si pone.” (femminismo mode: on), ma rimane il fatto che, quelle poche volte che mi ci metto di impegno senza gente dietro a mettermi ansia, cucinare mi piace, mi diverte e, diciamolo pure, mi riesce anche abbastanza bene.

Detto ciò, direi di cominciare dalla portata principale di ogni pasto che si rispetti: il dolce.

Lavatevi le mani, bimbi, che oggi prepariamo i biscotti al cioccolato fondente e noci.

[Faccio presente che, da intollerante al lattosio quale sono, tendo ad indicare gli ingredienti che io stessa sono solita utilizzare (margarina al posto del burro, latte senza lattosio o, mal che vada, latte di soia, cioccolato extra fondente, etc.) Nulla vi vieta di sostituirli con quelli per le persone “normali”.]

Difficoltà: facile.

Tempo di preparazione: 15 minuti.

Ingredienti:

▪    140 grammi di margarina (io uso la Vallè, le altre spesso contengono tracce di latte. Per i non intolleranti va bene il burro);
▪    115 grammi di zucchero di canna non raffinato;
▪    1 uovo;
▪    270 grammi di farina auto lievitante (in alternativa una bustina di lievito in polvere da aggiungere all’impasto);
▪    250 grammi di cioccolato fondente tritato;
▪    100 grammi di noci tritate finemente.

In una ciotola unite la margarina (tiratela fuori prima dal frigo in modo che sia a temperatura ambiente) allo zucchero e, possibilmente con l’aiuto di uno sbattitore elettrico, lavorate fino a ottenere un impasto spumoso e leggero.
Sempre continuando a lavorare l’impasto, aggiungete a poco a poco l’uovo precedentemente sbattuto.
In un’altra ciotola unite la farina setacciata al cioccolato e alle noci, quindi unite il tutto al composto precedente e mescolate.
Formate poi dei dischetti (circa tra i 4 e i 5 cm di diametro, se vogliamo fare i pignoli) aiutandovi magari con un cucchiaio e posizionateli su una teglia rivestita di carta da forno.
Vi raccomando di disporre i biscotti ben distanziati tra loro in modo che abbiano lo spazio per lievitare durante la cottura.
Ponete quindi in forno (che avrete avuto la cura di preriscaldare a 180°) e lasciate cuocere per 11/12 minuti (controllateli in modo che non si cuociano troppo, altrimenti rischiate che diventino delle gustose pietre pronte a spezzare i vostri denti uno ad uno).

Potete servirli ancora tiepidi (accompagnati da una tazza di caffè/cioccolata calda sono squisiti) o farli raffreddare e conservarli in un contenitore ermetico in modo che rimangano croccanti fuori e morbidi dentro.

Deliziosi!