Appunti di diritto (in)civile.

Bibliotecaria mancata. Studentessa quando capita. Giurista in divenire.

Rina ne uccide quattro – Vittorio Orsenigo / Cronache Nere – Dino Buzzati [rece].

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“… La corrente elettrica nel cervello ne sa fare di cose!
Anzi, più che farle le disfa e tu non sai più niente di niente: se ti portano da mangiare, però, sai che devi mangiare, se senti dolore alla pancia chiedi di andare al cesso.
Chiedi di andare al cesso e ti lasciano andare; anzi, ti prendono la mano, ti fanno accomodare sulla seggetta, perché nel cesso dell’infermeria non è come nelle celle, e tu, avendo appena fatto i conti con la corrente elettrica, non hai vergogna e la fai in loro presenza mentre dicono: «Bene, le funzioni primarie ci sono, speriamo che sia l’ultima volta che le diamo la scossa». Qualcuno, mentre io la faccio senza vergogna, come se parlasse da chissà dove, dal cielo forse, risponde: «Si vedrà, non mettiamo limiti alla divina provvidenza». E il primo, quello che ha detto: «Speriamo», comincia a ridere, ma poi dice: «Pulisciti e alzati, ormai sei a posto, torna in cella e attenta a quello che fai».
Non è troppo villano, fa il dottore, forse è un dottore…”

Di solito leggo fino in fondo qualsiasi romanzo mi capiti fra le mani.
A costo di arrancare fino all’ultima pagina. A costo di reprimere l’istinto di autoconservazione che mi ordina di gettare dalla finestra quella robaccia che mi ostino a leggere.
A costo di farmi venire il nervoso.
Io leggo fino in fondo qualsiasi romanzo mi capiti fra le mani.
Ma questa volta no. Questa volta non ce l’ho fatta e, anzi, è stato con un sorriso estatico che mi sono appellata a quello che, stando a Pennac, è il terzo diritto imperscrittibile di ogni lettore: il diritto di non finire un libro.

Il romanzo in questione si intitola Rina ne uccide quattro, sottotitolo: il romanzo sulla Belva di via San Gregorio.
La storia che dà il via a tutto è tanto raccapricciante quanto semplice: Rina Fort, il 29 novembre 1946 in via San Gregorio (nei pressi di Corso Buenos Aires, a Milano), uccide barbaramente la moglie del suo amante e i suoi tre figlioletti.
Si tratta di uno dei più efferati omicidi del secondo dopoguerra, un caso che ha scosso l’opinione pubblica e scomodato gli uomini di legge e di scienza di tutta Italia. Un caso che ha segnato la storia della cronaca nera del nostro Paese, documentato passo passo dai giornali con servizi ricchi di dettagli e fotografie della scena del delitto (vista, si badi bene, prima dai fotografi e dai giornalisti e, solo in un secondo momento, dalle forze dell’ordine).
Ad ogni modo, questo per dire che non è per nulla strano che, dopo anni, se ne parli ancora e si decida addirittura di scriverci su un romanzo.
Lo fa Vittorio Orsenigo, autore, appunto, di Rina ne uccide quattro. Il suo intento, si direbbe dalla nota introduttiva che lui stesso ha scritto, è di raccontare quello che è successo a Rina Fort dopo l’omicidio, all’interno del manicomio giudiziario di Perugia. Non s’è messo in testa di raccontare la verità, questo lo dice anche lui in un brevissimo “mea culpa”, ma a quanto pare vuole far vivere ai suoi lettori il dramma che si consuma, dopo il delitto, nella testa dell’assassina.
Ecco. La premessa è buona. Il materiale, viste le centinaia di perizie sulla Fort, non manca affatto.
Quella che manca, in compenso, è la capacità di narrare in modo chiaro e di coinvolgere il lettore.
Perché io capisco che il signor Orsenigo desideri condurci all’interno di una mente malata e stremata dal dolore e dalla prigionia. Capisco perfettamente che voglia rispecchiare la pazzia di Rina Fort nel suo stile. Lo capisco, davvero.
Però è un esercizio assai difficile. Un esercizio che, finora, ho visto riuscir perfettamente solo a un tale che di cognome faceva Dostoevskij. E dici poco.

Lo stile di Orsenigo è allucinato. Non trovo altra parola. Si salta da un punto di vista all’altro, tanto che il lettore non solo è spiazzato (il che potrebbe essere, di per sé, una buona cosa), ma si perde non tanto nei meandri della mente di un assassina quanto in un labirinto di idee, pensieri, descrizioni, luoghi.
Si fa addirittura confusione coi soggetti. Nel corso del capitolo IV, per esempio, quando viene descritta la procedura di elettroshock cui viene sottoposta la Fort, si passa da una narrazione impersonale, a metà tra il punto di vista del narratore e quello della protagonista (“… quanto ci ragiona Caterina su quel lavoro da sarta!…”) a una narrazione in prima persona (riportata nella citazione iniziale). Il tutto senza preavviso, senza nemmeno uno stacco, se non logico almeno grafico.
Senza contare che non c’è un filo logico né temporale. Nulla.
Certo, a meno che dopo pagina 100 qualcosa non cambi, ma dando una sfogliata al tutto non mi pare proprio che accada. E comunque sarebbe troppo tardi.
Da lettrice sono rimasta alquanto delusa.

Ma non disperino coloro che sul caso vorrebbero sapere di più! Ne parla egregiamente Dino Buzzati nelle sue Cronache nere, un libricino che penso sia ormai fuori stampa (io l’ho trovato in una libreria di provincia in un’edizione della casa editrice Theoria, collana Riflessi). Nemmeno 100 paginette, ma chiare, estremamente interessanti e scritte, be’, scritte da Dino Buzzati, il che è di per sé una garanzia.

La stessa storia, gli stessi protagonisti. Ma è lo stile a fare la differenza.

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